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CENIDE [DESCRIZIONI] - MINASI
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“Capo Caenys, oggi Coda della Volpe dalla parte del sud, o Punta Pezzo per l'opposto al nord. Sembra tal Capo, occupando il Peloro, di chiudere il Canale, come se quivi fosse il fine della terra e del mare. Quindi i Reggini, oltre il Fanale della loro colonia opposta a quella della Lanterna nel porto dei Mamertini, posero sulla punta dell'
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“Capo Caenys, oggi Coda della Volpe dalla parte del sud, o Punta Pezzo per l'opposto al nord. Sembra tal Capo, occupando il Peloro, di chiudere il Canale, come se quivi fosse il fine della terra e del mare. Quindi i Reggini, oltre il Fanale della loro colonia opposta a quella della Lanterna nel porto dei Mamertini, posero sulla punta dell'istmo, come scrisse Strabone, 1.3 p. 258, una colonnella ch’era una certa torricella per contrapporla in quello Stretto alla torre del Peloro. Codesta punta dunque, che sporge nel mare siciliano, che coarta le fauci dello Stretto, che obbligata si oppone al Peloro, e che vedesi dai Reggini, non può essere quella del Capo o Torre del Cavallo, che dietro giace nella costiera di Scilla, all’imboccatura del Canale, ma questa appunto del Capo Caenys, designato pur da Strabone come l’ultimo promontorio che da Medma si vede e donde il Capo del Cavallo già penultimo appare a chi dal nord entra nel Canale. Tutto il masso del Capo Caenys è calcareo, come l'obbligato opposto interiore curvo suolo del porto di Messina, ad eccezione del tratto di terreno dalla Fortezza del Salvadore fino alla Lanterna, che come notò il Fazzello è stato già ab antico aggiunto per fare argine alle irruenti maree”. [Antonio Minasi da Scilla - 1785]
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CENIDE [DESCRIZIONI] - PLINIO
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Plinio, che nella sua Naturalis Historiae non fece che concordare con Strabone (confondendo enormemente il Romanelli nella “Antica topografia istorica del Regno di Napoli”, Napoli, 1815), e scrisse: “In paeninsula fluvius Acheron, a quo oppidani Aceruntini. Hippo, quod nunc Vibonem Valentiam appellamus, portus Herculis, Metaurus amnis, Tauroentum
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Plinio, che nella sua Naturalis Historiae non fece che concordare con Strabone (confondendo enormemente il Romanelli nella “Antica topografia istorica del Regno di Napoli”, Napoli, 1815), e scrisse: “In paeninsula fluvius Acheron, a quo oppidani Aceruntini. Hippo, quod nunc Vibonem Valentiam appellamus, portus Herculis, Metaurus amnis, Tauroentum oppidum, portus Orestis et Medma. Oppidum Scyllaeum, Crataeis fluvius, mater, ut dixere, Scyllae. Dein Columna Regia, Siculum fretum ac duo adversa promunturia, ex Italia Caenus, e Sicilia Pelorum, XII stadiorum intervallo, unde Regium XCIV. ”
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CENIDE [DESCRIZIONI] - STRABONE
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Dopo lo scoglio di Scilla, Strabone descrisse il Capo Cenide, che formava il passo più angusto dello Stretto di Messina e che corrispondeva, sulla sponda opposta, al Capo del Peloro: “Inde Scyllaeum excipit sublime saxum (...) Finitima Caenys est, quae ultimas conficit oras et angustias freti...”
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CENIDE [GEOGRAFIA] - SITO
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Cenide è aggettivo di Cene. Il termine Cenide è stato utilizzato da diversi Storici, sia latini che greci, sia antichi che moderni, per descrivere o il Capo Cenide o Cene. Gli Storici latini derivarono Cenide (e Cene) da Caenus, mentre quelli greci da Kainus (i due termini hanno id
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Cenide è aggettivo di Cene. Il termine Cenide è stato utilizzato da diversi Storici, sia latini che greci, sia antichi che moderni, per descrivere o il Capo Cenide o Cene. Gli Storici latini derivarono Cenide (e Cene) da Caenus, mentre quelli greci da Kainus (i due termini hanno identico significato). Con Capo Cenide si intende la Punta del Pezzo, mentre con Cene si intende Cannitello. Ovviamente Cene è stato centro abitato sin dall'antichità più remota. Era la località all’entrata dello Stretto che i Romani chiamavano Columna Rhegina, dove esisteva il Possidonio, un tempio antichissimo, che dava il benvenuto ai marinai che solcavano le acque dello Stretto. Non si sa che fine abbia fatto, ma di esso ne hanno parlato Strabone, Polibio, Pomponio Mela ed altri. Il territorio di Cene (l’attuale Cannitello), a quei tempi e anche molto dopo, si allargava quasi fino alla Fossa (l’attuale centro di Villa San Giovanni) inglobando il Capo Cenide (Punta Pezzo).
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CENIDE [MITOLOGIA] - KAIN-IS/EUS
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Cenis o Cenide (dal greco Καινις - Kainis) è una figura della mitologia greca, era una ninfa figlia secondo alcuni di Elato il Magnesio, oppure secondo altri di Corono, un Lapita. Secondo un'altra versione del mito suo padre era Atrace. Appare comunque strettamente connessa con alcune importanti vicende mitich
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Cenis o Cenide (dal greco Καινις - Kainis) è una figura della mitologia greca, era una ninfa figlia secondo alcuni di Elato il Magnesio, oppure secondo altri di Corono, un Lapita. Secondo un'altra versione del mito suo padre era Atrace. Appare comunque strettamente connessa con alcune importanti vicende mitiche che riguardano i Lapiti. Nel culto lunare antecedente all'avvento della religione olimpica Cenide impersonava probabilmente il novilunio (il suo nome significa infatti "nuova")
La sua assoluta singolarità nel panorama della mitologia greca sta nel mutamento di sesso, che a un certo punto della sua vita la fece diventare un uomo; si tratta probabilmente del più antico caso di cambiamento di sesso ricordato nella cultura occidentale. È indubbiamente significativo come archetipo, sebbene comunque in questa vicenda sia il prodigio soprannaturale a determinare gli eventi.
Infatti Cenis fu amata dal dio Poseidone, che le volle offrire un dono: qualsiasi cosa lei desiderasse. Cenis domandò di essere trasformata in uomo, e di essere invulnerabile; il dio eseguì la richiesta. Cenis mutò il nome in Ceneo (greco Καινεύς - Kaineús, latino Caenus), divenendo un fortissimo guerriero e guidando con successo gli eserciti lapiti in battaglia. Ceneo generò anche un figlio, chiamato anche lui Corono, che fu ucciso molti anni dopo da Eracle durante uno scontro. Ceneo si fece presto prendere la mano, e pieno di orgoglio per il suo successo arrivò a piantare una lancia nel mezzo della piazza del mercato della città in cui risiedeva, e costrinse tutti a venerarla come se fosse stata una divinità. Zeus si indispettì per questo comportamento e decise di punirlo.
Quando Ceneo partecipò al matrimonio di Piritoo e Ippodamia, durante il quale si scatenò la celebre lotta tra Lapiti e Centauri (vedi: Storia di Teseo e Piritoo), Zeus indusse i Centauri ad accanirsi contro di lui e ucciderlo. Ceneo ebbe la meglio su molti di loro, perché grazie alla sua invulnerabilità gli attacchi dei Centauri andavano a vuoto; alla fine però venne sotterrato a colpi di tronchi d'albero e finito con terra e pietre, morendo soffocato. Secondo quanto racconta Ovidio (libro XII delle Metamorfosi), Mopso scorse la sua anima volare via da sotto la catasta d'alberi in forma d'uccello dalle ali fulve, visto solo in quell'occasione.
Al momento del funerale ci si accorse che il corpo di Ceneo aveva ripreso forme femminili.
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CENIDE [MITOLOGIA] - LAPITI
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Nella mitologia greca i Lapiti erano un popolo leggendario che abitava la vallata del Peneo in Tessaglia. L’origine dei Lapiti, al pari dei Mirmidoni e delle altre tribù tessale, risalgono ad un’epoca pre-ellenica. Le antiche genealogie sostenevano che la loro stirpe fosse imparentata con quella dei Centauri: in particolare, secondo una leggenda,
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Nella mitologia greca i Lapiti erano un popolo leggendario che abitava la vallata del Peneo in Tessaglia. L’origine dei Lapiti, al pari dei Mirmidoni e delle altre tribù tessale, risalgono ad un’epoca pre-ellenica. Le antiche genealogie sostenevano che la loro stirpe fosse imparentata con quella dei Centauri: in particolare, secondo una leggenda, Lapite e Centauro sarebbero stati fratelli gemelli figli di Apollo e della Ninfa Stilbe, figlia del dio fluviale Peneo.
Lapite era un abile guerriero, mentre Centauro era un essere deforme che visse insieme a dei cavalli e si accoppiò con delle giumente, generando i Centauri, creature metà uomini e metà cavalli. Lapite divenne invece il progenitore della stirpe che da lui prende il nome [Omero, Iliade XII.128; Diodoro Siculo IV 69; V 61], e tra i suoi discendenti si trovano re e guerrieri come Issione, Piritoo, Ceneo e Corono, nonché i veggenti Idmone e Mopso.
La madre di Piritoo era Dia figlia di Deioneo (o Ioneo) mentre, come era comune per molti eroi, egli aveva sia un padre divino che un padre mortale. Il suo padre immortale era Zeus che però, per mettere incinta Dia, aveva dovuto assumere la forma di un cavallo [Diodoro Siculo IV, 70], ragion per cui i Lapiti divennero anche abili cavalieri. A loro era attribuita l’invenzione del morso delle briglie. Secondo l’Iliade i Lapiti parteciparono alla guerra di Troia con quaranta navi sotto il comando di Polipete - figlio di Piritoo - e di Leonteo - figlio di Corono.
La più famosa leggenda che coinvolge i Lapiti è quella della loro battaglia contro i Centauri in occasione della festa nuziale di Piritoo, la cosiddetta "Centauromachia". I Centauri erano stati invitati ai festeggiamenti ma, non essendo abituati al vino, ben presto si ubriacarono, dando sfogo al lato più selvaggio della loro natura. Quando la sposa Ippodamia ("colei che doma i cavalli") arrivò per accogliere gli ospiti il centauro Euritione balzò su di lei e tentò di stuprarla.
In un attimo anche tutti gli altri centauri si lanciarono addosso alle donne ed ai fanciulli. Naturalmente scoppiò una battaglia nella quale anche l’eroe Teseo, amico di Piritoo, intervenne in aiuto dei Lapiti. I centauri furono alla fine sconfitti e scacciati dalla Tessaglia e ad Euritione furono mozzati naso ed orecchie. Durante lo scontro cadde però il Lapite Ceneo.
Ceneo, uno tra i Lapiti più famosi, originariamente era una ragazza di nome Ceni ed era la favorita di Poseidone che, per esaudire una sua supplica, la trasformò in un uomo rendendola un guerriero invulnerabile. Donne guerriere di questo tipo, a stento distinguibili dagli uomini, erano comuni tra i cavalieri Sciti (anche conosciute come Amazzoni) e sono ancora presenti nella tradizione albanese.
Nel corso della battaglia contro i Centauri Ceneo si era dimostrato invulnerabile ancora una volta, finché i Centauri non decisero semplicemente di schiacciarlo con dei massi e dei tronchi d’albero: a quel punto egli sprofondò ancora apparentemente illeso nelle profondità della terra, dalle quali riemerse trasformato in un uccellino.
Quando l’interpretazione dei miti greci cominciò ad essere mediata dall’influenza del pensiero filosofico, la battaglia tra Lapiti e Centauri fu vista come un’allegoria della lotta interiore tra gli istinti selvaggi dell’uomo e l’educazione basata sulla civiltà, rappresentata dalla giusta comprensione da parte dei Lapiti dell’uso che andava fatto del vino donato dagli dei, che deve essere allungato con acqua e bevuto senza abbandonarsi agli eccessi.
Gli scultori Greci della scuola di Fidia concepirono questa battaglia come una lotta tra l’umanità e dei mostri maligni che simbolicamente rappresentava il conflitto tra la civile Grecia e i barbari dell’Impero Persiano. La battaglia tra Lapiti e Centauri fu rappresentata sulle sculture dei fregi che decoravano il Partenone, per richiamare il reciproco rispetto e l’alleanza tra l’ateniese Teseo e il Lapite Piritoo, nonché su quelle del tempio di Zeus ad Olimpia [Pausania V.10.2]. Fu inoltre un tema estremamente popolare per i decoratori di di vasellame.
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CENIDE [STORIA] - SPARTACO
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Non c'era alcun Cenide, non c'era città di Cene, non c'era menzione del Capo Cenide prima del 73 a.C. Questo è il punto iniziale, senza il quale continueremo a navigare senza bussola. L'origine del toponimo risale almeno al 73 a.C. Fu infatti allora, in quell'anno, che il personaggio piu' discusso della Penisola Italiana e
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Non c'era alcun Cenide, non c'era città di Cene, non c'era menzione del Capo Cenide prima del 73 a.C. Questo è il punto iniziale, senza il quale continueremo a navigare senza bussola. L'origine del toponimo risale almeno al 73 a.C. Fu infatti allora, in quell'anno, che il personaggio piu' discusso della Penisola Italiana e il più temuto da Roma, Spartaco, albergò assieme ad altri 20.000 sventurati a Punta Pezzo per parecchi mesi nel tentativo, inutile, di attraversare lo Stretto. Solo Crasso (vedi "Vita di Crasso" di Plutarco) gli stette alle calcagna e con un potente esercito lo chiuse laggiù, dirimpetto alla Sicilia, dove più breve è il tragitto. E per chiuderlo su quella Punta di Pezzo, costruì un enorme Fossa che comincia, stante la fisionomia della odierna Villa San Giovanni, con Via Riviera e finisce, come riporta Plutarco, a ridosso della Fiumara di Catona, dove i Romani innalzarono un Muro alto e lungo (donde il toponimo Fiumara di Muro). Finì come finì, ma Roma e l'Italia (d'allora) tennero il fiato in sospeso per almeno un paio d'anni! Spartaco era sì Trace, della Tracia, ma gli abitanti di quell'antica nazione andavano fierissimi delle loro origini! Tra di essi vi erano infatti Odrysi, Getae, Hipsalti, Odomanti, Tribanti e Kaeni. Spartacus apparteneva alla tribu' che i Romani chiamavano dei Caeni.
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CENIDE [STORIE] - COLUMNA
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La Colonna Reggina [in latino Columna Rhegina, o Columna Regia in Plinio il Vecchio, in greco Στυλίς τῶν Ῥηγίνων, Stÿlís tōn Rhēghínōn, (Colonna dei reggini o Colonna di Rhegion) in Strabone e Appiano] è la denominazione del sito a nord di Reggio Cala
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La Colonna Reggina [in latino Columna Rhegina, o Columna Regia in Plinio il Vecchio, in greco Στυλίς τῶν Ῥηγίνων, Stÿlís tōn Rhēghínōn, (Colonna dei reggini o Colonna di Rhegion) in Strabone e Appiano] è la denominazione del sito a nord di Reggio Calabria in cui in epoca greco-romana si indicava il punto della costa continentale più vicino alla Sicilia, nonchè un'importante stazione di sosta della via Popilia. La collocazione esatta della colonna che segnalava il sito di traghettamento è dibattuta da lungo tempo, comunque gli storici sembrano d'accordo nell'indicare una torretta a forma di colonna, nota col nome di Columna Rhegina (Colonna Reggina appunto), come simbolo del sito.
Dai calcoli forniti da Plinio il Vecchio e da Strabone emerge che il tratto più breve dello Stretto anticamente si trovava tra Santa Trada e Cannitello e non come oggi tra Punta Pezzo e Cannitello, dunque provenendo da da Nord bisognava raggiungere la spiaggia di Cannitello attraverso Santa Trada, immettendosi nella zona di Porticello, e tutto lascia indicare che il sito si trovasse proprio in Cannitello, frazione di Villa San Giovanni. Il nome del luogo trae le sue origini dalla colonna che reggeva una grande statua del dio Poseidone sulla sponda calabrese, in prossimità del Poseidonio (Ποσειδώνιον, Poseidonion), il tempio dedicato al dio del mare.
I dati principali sulla collocazione di questo sito ci vengono forniti principalmente da Strabone e Plinio il Vecchio. Riporta Strabone circa il capo Caenys (capo Cenide) e la Colonna di Rhegion: “Vicino (al promontorio Scylleum), infatti, c’è il promontorio di Caenys, distante da Medma (l’attuale Rosarno) 250 stadi (circa 46 km), che è l'ultima estremità dell’Italia che viene a formare lo Stretto, protendendosi verso il promontorio della Sicilia detto Peloro. Quest’ultimo è uno dei tre capi che fanno l'isola triangolare: esso è rivolto verso l'oriente estivo, mentre il Caenys guarda verso occidente di modo che questi due promontori risultano in un certo modo contrapposti fra loro. Dal Caenys fino al Poseidonion, vale a dire fino a Colonna di Rhegion, il braccio di mare che fiancheggia lo Stretto è lungo circa sei stadi (circa 1,104 km); poco più misura lo Stretto stesso, nel punto di minore ampiezza. Da Colonna poi sino a Rhegion vi sono 100 stadi (circa 18,400 km); su questo tratto già ormai lo Stretto si allarga per chi naviga verso il mare esterno e verso il mare ad oriente detto mar di Sicilia.” [Strabone, Geografia, VI, 1.5]
Ancora, parlando della Sicilia: “Questa configurazione (di triangolo) le è data da tre capi: il capo Peloro che con il promontorio di Caenys e con quello di Colonna di Rhegion forma lo Stretto...” [Strabone, Geografia, VI, 2.1] Ed infine cita il sito parlando di Messene (Messina): “(...) la distanza fra Messene e Rhegion è solo 60 stadi (circa 11,040 km), ma da Colonna è molto inferiore.” [Strabone, Geografia, VI, 2.3]
Quindi secondo quanto riportato da Strabone si evince che il capo Cenide fosse prossimo a Colonna Reggina (sei stadi, ovvero 1,104 km), ma distante da Reggio (100 stadi, ovvero 18,400 km circa), e, tenendo in considerazione che Strabone descriveva i luoghi seguendo la costa e che quindi le distanze indicate sono distanze marittime (infatti egli parla di braccio di mare fra Colonna Reggina ed il Cenide), la logica ubicazione di questi luoghi risulterebbe appunto fra Cannitello (frazione di Villa San Giovanni) e la contigua Santa Trada o Capo Cavallo (presso Torre Cavallo).
Solo la distanza che lo scrittore indica come il punto di minore ampiezza dello Stretto lascia qualche perplessità, poiché dice che è poco più di 6 stadi, quindi meno di 2 km, mentre oggi la distanza è più di 3 km: ciò potrebbe essere giustificato con un probabile inabissamento del capo Cenide (da cui si sarebbe formata l'attuale Punta Pezzo) e col progressivo moto di allontanamento della Sicilia dal continente. Ma la distanza indicata fra Messina e Rhegion è 60 stadi, poco più di 11 km, quindi corrispondente alla situazione attuale, e continua dicendo che la distanza fra Messina e Colonna Reggina è molto minore in confronto.
In più scrive Plinio il Vecchio: “Oppidum Scyllaeum, Crataeis fluvius, mater, ut dixere, Scyllae. Dein Columna Regia, Siculum fretum ac duo adversa promunturia, ex Italia Caenus, e Sicilia Pelorum, XII stadiorum intervallo, unde Regium XCIV”. [Lo Scylleum, il fiume Crateide, madre, come si dice, di Scilla. Di lì la Columna Regia (Colonna Reggina), lo Stretto (Siculum fretum) e due promontori uno di fronte all’altro, Il Cenide dall'Italia, il Peloro dalla Sicilia, con una distanza di 12 stadi (2,208 km), da qua a Reggio 94 stadi (17,296 km). - Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, III, 76]
Rispetto al geografo greco, lo scrittore latino riporta il dato preciso sull'ampiezza dello Stretto di Messina al suo sbocco (12 stadi, ossia 2,208 km), comunque maggiore di quella che lascia intendere Strabone (poco più di 6 stadi), e da una distanza di poco minore da Colonna Reggina a Rhegium (94 stadi, 17,296 km, in luogo di 100 stadi, 18,400 km).
La Colonna Reggina, inoltre, con la statua di Poseidone costituiva in epoca greca il vero e proprio simbolo dello Stretto (oggi quasi dimenticato); venne infatti riprodotto su alcune monete coniate in quel periodo. Una di queste è la serie di denari in argento sulla quale sono impresse la trireme di Sesto Pompeo e la colonna sormontata dalla statua di Nettuno/Poseidone sul dritto e Scilla combattente sul rovescio.
Nei pressi del Poseidonio (il Tempio di Poseidone), la statua del dio del mare posta su un'alta torre a forma di colonna era dunque il monumento eretto dai reggini, noto per i simboli del fuoco (un faro) e dell'acqua (una fonte per il rifornimento delle navi). Infatti verso l'anno 36 a.C. (durante la guerra tra Ottaviano e Sesto Pompeo) il sito fu di appoggio ad Ottaviano. Riguardo a ciò, narra Appiano che qui il futuro imperatore si fermò, si fece curare e fece stanziare le sue truppe.
In epoca imperiale la Colonna Reggina indentificava soprattutto, lungo la Via Capua-Rhegium (o Via Popilia) che univa Reggio e Capua, il luogo designato al traghettamento dei soldati e del grano dalla Calabria alla Sicilia e viceversa (Ad Statuam o Ad Columna).
AD·FRETUM·AD STATUAM·CCXXXI·REGIUM·CCXXXVII [“Presso lo Stretto, alla Statua (di Poseidone) 231, a Reggio 237.”] (Distanza del sito da Reggio indicata sul Cippo di Polla della Via Popilia)
Oltre la Colonna e dunque oltre la stazione designata al traghettamento, volendo proseguire per entrare a Reggio ci si portava a Campo Calabro e da qui alla Catona, chiamata come Cannitello "ad trajectum". Pare inoltre che presso l'attuale Torre Faro, estremità settentrionale dello Stretto nel versante siculo, esistesse un'altra colonna, detta Colonna del Peloro.
Lo storico villese Luigi Nostro suppone che in epoca romana alla Colonna Reggina corrispondesse un centro abitato piuttosto grande e sviluppato, che egli definisce una vera e propria città, capace già nel 36 a.C. di poter ospitare un personaggio come Ottaviano, le sue legioni e la sua flotta, e di gestire i grandi traffici commerciali fra la Sicilia ed il continente. A testimonianza di ciò numerosi reperti nell'area di Cannitello (riconducibili soprattutto al Poseidonio) e tracce di una necropoli presso Acciarello [Luigi Nostro, Notizie storiche e topografiche attorno a tutti i paesi del Cenideo, dall'antichissima Colonna Reggina sino alla più recente Villa San Giovanni, pgg. 15-23]. L'abitato avrebbe fatto parte della cosiddetta χῶρα (chora) di Rhegion, cioè il territorio posto sin dall'età magno-greca sotto la giurisdizione della città.
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CENIDE [STORIE] - POSSIDONIO
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Il Tempio di Poseidone, noto come Poseidonio, talvolta anche Possidonio, (dal greco Ποσειδώνιον, Poseidònion), era uno dei templi eretti fuori dalle mura della polis di Rhegion, ed era dedicato al dio del mare Poseidone. Secondo gli studi ed i ritrovamenti l'edi
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Il Tempio di Poseidone, noto come Poseidonio, talvolta anche Possidonio, (dal greco Ποσειδώνιον, Poseidònion), era uno dei templi eretti fuori dalle mura della polis di Rhegion, ed era dedicato al dio del mare Poseidone. Secondo gli studi ed i ritrovamenti l'edificio sarebbe sorto nei pressi dell'antica Colonna Reggina (presso l'attuale borgo di Cannitello, oggi frazione di Villa San Giovanni, circa 15 km chilometri a nord della città di Reggio Calabria) [Luigi Nostro, Notizie storiche e topografiche attorno a tutti i paesi del Cenideo, dall'antichissima Colonna Reggina sino alla più recente Villa San Giovanni, pg. 24].
Dedicato al dio del mare Poseidone, il tempio, edificato dai reggini per la protezione dei naviganti dalle insidiose acque dello Stretto, si trovava nei pressi della Colonna Reggina, luogo in cui vi era un'alta torre a forma di colonna con sopra una statua di Poseidone, che costituiva in epoca greca il vero e proprio simbolo dello Stretto, famosa per possedere il fuoco (un faro) e l'acqua (una fonte per il rifornimento delle navi).
Nel 36 a.C. nelle antistanti acque del canale ebbe luogo la decisiva battaglia navale fra Ottaviano e Sesto Pompeo, che garantì al futuro imperatore Augusto il dominio sul mare. Risale a questo periodo l'esistenza nell'area di Porticello di un tempio dedicato al dio Poseidone, detto Poseidonio, la cui esistenza sarebbe dimostrata dal rinvenimento di un ex-voto al dio, che si pensa che sia stato fatto realizzare da Ottaviano stesso. Ciò induce a pensare che Ottaviano avesse timore di affrontare le insidiose acque dello Stretto, desiderando di costruire navi abbastanza forti per superare tali insidie.
L'iscrizione recita: NEPTVNO SACRVM. VOTVM IN SICVLO FRETO SVSCEPTVM SOLVIT [Sacro a Nettuno. Sciolse il voto preso nello Stretto Siculo] (Gualtiero, Tabulae Antiquae Siciliae, pg. 64)
La dimostrazione dell’esistenza del tempio deriverebbe appunto da questo ex-voto attribuito a Ottaviano, consistente in un’epigrafe collocata allo scopo di placare l’ira di Nettuno (il Poseidone dei greci) che “per ben due volte aveva danneggiato le sue navi”. Afferma inoltre lo storico villese Luigi Nostro: “Un bibliotecario di Messina mi diceva d’aver letto in una storia di quella città che metà delle colonne granitiche, tutte d'un pezzo, le quali ornavano quell'insigne monumento nazionale, qual’era la Cattedrale, ridotta nel modo che tutti sappiamo dall’ultimo tremuoto, erano state tratte appunto dal tempio di Nettuno in Colonna Reggina, e l’altra metà da quello che sorgeva sul Peloro. Difatti erano di due dimensioni, cioè alcune più corte, altre più lunghe.” [Luigi Nostro, op. cit., pg. 32]
Secondo Appiano, durante la guerra tra Ottaviano e Sesto Pompeo combattuta nelle acque adiacenti allo Stretto, Ottaviano si fermò presso la Colonna Reggina per fare dei sacrifici al dio che per ben due volte aveva distrutto le sue navi. Da ciò si deduce l'esistenza del Poseidonio presso Colonna Reggina e l'importanza e le misure dell'abitato, che doveva essere luogo di incontro di eserciti, popoli e mercanzie di ogni genere (soprattutto grano) che dalla Sicilia muovevano al continente e viceversa. Si è pure parlato di un boschetto sacro, o luogo alberato, dedicato a Libitina, dea italica della voluttà e della morte, e in pari tempo degli orti e dei vigneti, talvolta assimilata e confusa con Venere o Proserpina.
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